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Formare la materia
Massimo Bignardi

 

Ci sono più aspetti dell’esperienza scultorea di Leo Taiani che sollecitano l’attenzione; aspetti che intrecciano due linee che si disegnano nel suo laboratorio di idee allargatosi, in questi ultimi anni, in più direzioni.
Il primo è quello di una fedeltà alla sagoma che l’artista salernitano, da anni trasferitosi a Roma, interpretata sempre come profilo privilegiato di un dettato astratto concreto; una sagoma che instaura con lo spazio un gioco di pieni e di vuoti, dunque di volumi la cui costruzione è affidata soprattutto alla nostra fantasia dalle corrispondenze analogiche, dalle sollecitazioni messe in gioco dal registro formale sul sistema percettivo. Nelle costruttive sculture in legno, in particolare, Taiani è approdato ad una più lineare articolazione dello spazio, affidandosi a incastri di forme geometriche realizzate con legni diversi tra loro, agendo poi sulle venature, sui toni che esse plasmano in superficie. L’artista interviene su forme, volumi e superfici, con uno spirito che guarda, forse, al di là della stessa scultura, cioè della resa finale: lo fa per porre la giusta distanza tra il corpo plastico e l’amore che ha per la materia, per il calore che evoca la sua nascosta vitalità, suggerendo, di volta in volta, le traiettorie operative che lo portano ora a prediligere un movimento di alternanze tra forme circolari e prismi rettangolari, ora slanciando la struttura.
L’altro aspetto è segnato da un forte interesse per la materia, termine che include un repertorio ampio, dal ferro al legno, alla terracotta, alla ceramica maiolicata, al vetro, accogliendo e traducendo di ciascuna la propria identità all’azione del formare, quindi del sagomare, modellare, forgiare, plasmare vale a dire farle assumere la forma che anima l’immaginario. Nelle sculture in ferro l’artista privilegiava la superficie seguendo l’ordine e i tempi, propri di quella pratica scultorea avviata negli anni Trenta da Gonzales, affidandosi al taglio del cannello o del laser, piegando poi i piani, per disarticolare la superficie iniziale tale da ricavare nuovi intervalli di spazio costruito. In ceramica inverte il processo: dalla forma di un vaso, cioè dallo sviluppo di un cilindro reso al tornio sottrae, modellandoli in negativo, ulteriori volumi. Sono vuoti che servono alla nuova forma, derivati dal gioco fantasioso del formare che spinge l’artista a modellare e modulare con le mani, la morbida materia dell’argilla, elaborando forme sferiche articolate ritmicamente con un dichiarato intento architettonico, reso palese dall’intervento del colore. Nelle opere realizzate in vetro, invece, l’attenzione è rivolta alla tessitura dei segni che le trasparenze originano, misurando nuove relazioni tra lo spazio (la scena) e il corpo scultoreo che in esso vi è immerso. Se nei primi lavori è la forma-volume ad accogliere i segni sottratti da Taiani al repertorio di oggetti della quotidianità affinati da una pratica immaginativa che li ricompone in forme concrete, con le opere in vetro il coinvolgimento è spaziale, vale a dire mira a conferire alla forma – penso ad esempio alla sagoma rossa che suggerisce un corpo in movimento – il senso di una nuova identità che solo la luce (e il tempo di esposizione ad essa) può trasformare in un dato visibile. L’’esistente, ricordava Franco Purini, “non è semplicemente ciò che si pone come pura presenza di cose: l’esistente è il frutto di un’azione complessa con la quale la semplice materialità del mondo si trasforma in valore visibile, in realtà operante…” .

 

Massimo Bignardi , storico e critico d’arte insegna “Storia dell’Arte Contemporanea” presso l’Università di Siena. È stato commissario, per la sezione “Verso il Duemila”, del Premio Internazionale della Ceramica di Faenza, 1985; della XI (1986) e XIV (2003) Quadriennale d’Arte Nazionale, di Roma; del Premio Termoli (1989); del Premio Lissone (2005); della XIII Biennale d’Arte Sacra (2008).

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